
S. Givone: il parricidio di Parmenide

Sergio Givone, professore di Estetica all'Universit di Firenze,
propone in queste pagine una interessante analisi del Sofista
platonico: i sofisti hanno fatto propria la struttura concettuale
della scuola eleatica che pure vogliono combattere; Platone, che
vede nei sofisti i distruttori della filosofia, per confutare il
loro pensiero si trova ad opporsi anche alla razionalit eleatica:
con i sofisti uccide anche Parmenide che, come un padre, lo
aveva guidato sulla via della conoscenza dell'Essere. Ma forse -
suggerisce Givone -, andando oltre Parmenide, Platone porta a
compimento il progetto del grande filosofo di Elea: percorrere la
via dell'Essere in tutte le sue articolazioni, compresa quella del
molteplice, alla quale lo stesso Parmenide aveva dedicato la
Seconda parte del suo Poema

S. Givone, Storia del nulla, I, 4.

E' Diogene Laerzio, com' noto, a raccontare che Platone ventenne,
scegliendo la scuola di Socrate, compie l'abiura e dinanzi al
teatro di Dioniso brucia la tragedia da lui composta. Le ragioni
della leggenda sono quelle dell'inimicizia mortale di filosofia e
tragedia, cui Platone dar voce non solo e non tanto sostenendo,
come far nella Repubblica, che la tragedia ha potere psicagogico
e dunque turba gli strati pi profondi dell'anima, ma affermando
nelle Leggi che il sapere tragico, con l'idea della fondamentale
ambiguit di ogni cosa, rende impossibile imputare al cittadino le
sue colpe e quindi mina alla base l'istituzione giuridica, da cui
tutte le altre dipendono. Ma per l'appunto Platone rifiuta la
tragedia prendendo le distanze sia dalla sofistica sia da
Parmenide.
E' quanto avviene nel Sofista. Dove si tratta, dice lo Straniero,
di individuare e anzi di cacciare e intrappolare la figura
eponima del dialogo [cio il sofista]. La quale mostra una
straordinaria abilit nello sfuggire alla presa e nel rintanarsi
in un luogo da cui sembra impossibile stanarla. E, questo luogo,
il linguaggio. Infatti il linguaggio attraverso l'arte della
confutazione attribuisce una sorta di onnipotenza a chi lo sappia
usare in modo adeguato. Per mezzo del linguaggio tutto pu (o
almeno sembra poter) essere confutato, contraddetto. Ma allora, se
tutto pu essere confutato, non ci sar pi nulla di vero. E, di
conseguenza, nulla di falso: ovviamente non nel senso del trionfo
della verit, perch la verit piuttosto risulter annichilita, e
infatti non essendoci pi nulla di falso qualsiasi asserzione
potr essere rovesciata tranquillamente nella contraria. La verit
non avr pi alcun appiglio, n solido fondamento. Signore
dell'apparenza, il sofista si muove in essa con arbitrio sovrano.
Chi  il sofista? Chi questo mistificatore e incantatore che fa
della sua arte un rifugio inaccessibile oltre che uno strumento di
dominio? Questo mago della parola che muove un attacco
proditorio ed efficacissimo contro la verit, affermando non gi
che non esiste nulla di vero, bens che non esiste nulla di falso?
Molti tratti dovrebbero renderlo inviso a coloro che amano la
virt. Costui sostiene di educare gli altri, ma poi si fa pagare
per questo, ed  evidente che lo scopo  il guadagno; appare
perlomeno sospetta una attivit che lucra e specula su quanto c'
di pi nobile e pi alto. Inoltre dice di saper offrire validi
argomenti a sostegno di qualsiasi tesi, e questa presunzione fa di
lui un millantatore buono ad ingannare i fanciulli e i creduloni
ma non le persone assennate. Quanto alla tecnica oratoria da lui
usata, essa tende a convincere e a persuadere anzich a
dimostrare, quindi, volta com' a compiacere l'ascoltatore, fa
leva pi sull'adulazione che sul rigore del pensiero.
Ma non sono questi i veri motivi che fanno del sofista un
avversario tanto pericoloso della filosofia. Il fatto  che egli
si fa forte del principio posto da Parmenide a salvaguardia della
verit.  Ou gr m toto dam enai m enta / all sy' tsd'
aph' odo dizsios erghe nema , mai costringerai ad essere ci
che non , al contrario da questa via tien lontano il pensiero
(258 d, traduzione di A. Zadro). Ben lungi dall'impugnare il
grande principio di Parmenide, il sofista lo adotta. E lo piega ai
propri scopi, traendone l'affermazione che se del non essere non
si pu dire in alcun modo che sia, allora neppure il falso, che
sembra essere, ma non , ha accesso all'essere. E con ci mette
davvero in difficolt l'interlocutore (lo Straniero, filosofo di
scuola eleatica), rifugiandosi in una posizione pressoch
inattaccabile. Come si fa infatti a pensare il falso, e pensare
dunque che veramente sia ci che non , senza cadere in una
contraddizione?.
Pare impossibile uscirne. Questo infatti  chiaro: ci che non 
(t m n ) non si pu riferire a qualche cosa che appartiene al
novero delle cose che sono e neppure, semplicemente, a qualche
cosa (che sia o che non sia) (237 d). Impossibile, contraddittorio
predicare l'essere del non essere ma nondimeno impossibile
concepire il non essere come soggetto di predicazione, ossia come
qualche cosa. Col che il discorso subisce un arresto a tutto
vantaggio del sofista. Il quale, sulla base dell'impossibilit di
afferrare e snidare il falso, legittima un'operazione spericolata
e vincente: quella che fa di lui il pi abile tra gli uomini, e
che consiste nell'inferire che ci che sembra, ci che appare, di
fatto . E cos avendo guadagnato una cittadella inespugnabile,
estende la sua signoria su tutto il vasto territorio
dell'apparenza. Ma non  ancora questa la difficolt pi grande.
Essa invece verte sul principio stesso che  in questione e sorge
dalle domande: A ci che  potrebbe in qualche modo unirsi
un'altra cosa che ? [...] E diremo possibile invece che a qualche
cosa che non sia si unisca mai qualcosa che ? (238 a). Alla
prima di esse evidentemente non si pu che rispondere s. Ma alla
seconda?.
Consideriamo, suggerisce lo Straniero, la natura dell'immagine.
L'immagine non  la cosa. Eppure, in qualche modo, . Non a caso a
questo proposito si parla di ci che  simile al vero,
intendendo qualcosa che non  veramente e tuttavia . Ossia
qualcosa che non  nella realt, ma  una rappresentazione che le
somiglia. Donde si ricava che  possibile ingannare con
l'apparenza, come quando si fa credere che sia reale quel che
reale non . E dunque si fa opera di mistificazione. Ma non 
questa l'arte in cui il sofista  maestro? Certo, a lui 
possibile obiettare che il falso, dunque, esiste, e consiste nella
falsit del discorso che dice che sono cose che invece non sono.
Egli per osserver che noi allora cadiamo in contraddizione,
perch non si pu negare che l'essere sia predicabile del non
essere e nello stesso tempo affermare che c' un luogo (il
discorso opinabile e menzognero) in cui questo avviene. Insomma,
il sofista si appella al principio di Parmenide e lo fa valere
contro coloro che si mettono alla sua scuola.
Non resta che impugnare quel grande principio. Fino a rischiare
l'accusa di parricidio (241 d). D'altra parte la difficolt non
sta solo nella definizione di ci che non , ma anche nella
definizione di ci che . Partiamo pure dall'idea che tutto sia
uno, tutto sia essere. Qual  il rapporto tra il nome e la cosa?
Se il nome  identico alla cosa, bisogner dire che, in quanto
nome  niente, mentre  cosa in quanto cosa (e gi abbiamo a che
fare con una dualit), se invece  diverso, il due addirittura
deve essere presupposto. Oppure consideriamo l'essere del freddo
e l'essere del caldo, dalla cui mescolanza, si dice, tutto
deriva. Questo essere, pur essendo il caldo e il freddo opposti,
 lo stesso essere? Impossibile. Ma impossibile anche che l'essere
dell'uno sia una cosa e l'essere dell'altro un'altra. In questo
caso non si dovrebbe parlare di essere. Che cos', allora? Un
terzo che non  n dell'uno n dell'altro ma cui l'uno e l'altro
partecipano? Anche pi complicata la faccenda se si prende in
esame il moto e la quiete. Ci che , in quanto tale, n sta n
si muove. Dovremo dire allora che ci che   estraneo sia alla
quiete sia al moto? Assurdo. Perci non  per nulla pi agevole
dire cos' ci che  piuttosto che ci che non  (246 a).
Tre sono le ipotesi che lo Straniero a questo punto avanza: O
tutto si mescola, o nulla si mescola, oppure alcune cose ammettono
la mescolanza fra loro, altre no (252 e). Egli le applica alla
questione del moto e della quiete, cio dell' essere del moto e
della quiete. E ne ricava la confutazione delle prime due.
Infatti, nel caso tutto si mescolasse (vale a dire, l'essere del
moto e della quiete trapassassero l'uno nell'altro) allora si
assisterebbe al pi strano e impensabile dei fenomeni, cio al
moto che sta fermo e alla quiete che  in moto. Nel caso invece
nulla si mescolasse (e quindi per nessuna via il moto e la quiete
partecipassero dell'essere), qualsiasi opinione si rovescerebbe
nella contraria, e chi dice che tutto si muove si vedrebbe
confutato da chi dice che tutto  immobile, e viceversa. Non resta
dunque che la terza ipotesi. Di cui  ora possibile delineare le
implicazioni. A cominciare da quella che porta a scoprire
l'equivocit dell'essere.
Delle cose che sono, alcune si dice che sono in rapporto a se
stesse, altre in rapporto ad altro. Il diverso, per esempio, 
sempre e soltanto in rapporto al diverso: altrimenti, se il
diverso fosse e cio partecipasse dell'essere allo stesso modo
in cui vi partecipa l'identico si potrebbe dare il caso di una
relazione ad altro che non implica diversit. Naturalmente occorre
distinguere l'ordine del discorso e l'ordine della realt. Cos,
quando nell'ordine del discorso incontriamo le particelle negative
(come ou o m [non]), riconosceremo che l viene indicato ci
che  altro rispetto alla cosa. Vale a dire, ci che  in rapporto
al diverso o ci che  nella forma del non essere. Dunque, il
falso . Il falso  in quanto non essere che partecipa
dell'essere: non  vero che il falso non si pu n pensare n
dire, perch  nel pensiero come altro da ci che il pensiero
pensa secondo verit.
E con ci il sofista  stanato dal suo rifugio. Catturato. Anzi,
definitivamente legato ai suoi stessi lacci. Per giungere a tanto,
 stato necessario mettere in discussione il principio di
Parmenide. E non solo avanzare la tesi, gi di per s scandalosa
per un eleate, che sono anche le cose che non sono e dunque che
anche il non essere partecipa dell'essere, ma addirittura
spingersi fino alla conclamata scoperta di quel genere che 
proprio di ci che non . Tale, infatti,  il genere, la natura
del diverso. Dimostrando che la natura del diverso  ed 
distribuita a tutte quelle cose che sono e che hanno rapporti
reciproci, noi osammo affermare che ciascuna parte di questa
natura del diverso in quanto contrapposta a una parte di "ci che
", proprio essa  realmente "ci che non ?" (258 e-259 a).
Tanto osa Platone: affermare e definire l'essere del non essere!
Attraverso lo Straniero egli sferra un colpo mortale al suo
maestro Parmenide. Sacrificio inevitabile. Grazie ad esso la
sofistica  definitivamente vinta. E alla sofistica come arte
dell'apparenza  fatta subentrare la dialettica come arte della
realt. Cio arte che, restituendo la realt e il discorso
ciascuno al proprio ordine scopre nel linguaggio, questo strumento
ancipite, la possibilit di sciogliere l'aporia, comporre la
scissione, sanare la contraddizione: ed ecco l'essere e il non
essere, il vero e il falso, dar luogo a un'ontologia in cui gli
opposti si coappartengono. Ma fino a che punto si tratta di
parricidio? E non piuttosto di morte e trasfigurazione?
Sacrificando Parmenide, Platone ne realizza il progetto
incompiuto: quello di permettere al vero sapere (la filosofia) di
percorrere l'intera articolazione dell'essere, l dove il non
essere, che pure accompagna l'essere come la sua ombra, 
subordinato all'essere, piegato alla manifestazione della vivente
totalit, all'epifania del divino. Perch questo  proprio del
filosofo: abitare nella luce, dissipare l'oscurit (254 a).
Insomma la via di Platone resta quella di Parmenide. E bench
Platone lungo quella via proceda oltre,  evidente che, ancor pi
della sofistica, la tragedia, con la sua scandalosa pretesa di
trattenere il pensiero in una dimensione di ambiguit e di enigma,
continuer ad apparirgli come la vera antagonista della filosofia

 (S. Givone, Storia del nulla, Laterza, Bari, 1996 3, pagine 30-
35).

